Branko Milanović, nel suo articolo, sostiene che "Se la presenza di lavoro è scarsa e, forse nei casi di produzione completamente automatizzata, prossima allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere scarso o prossimo allo zero". A partire da questa considerazione arriva alla conclusione "un’economia composta unicamente da un settore altamente automatizzato è incompatibile con il mantenimento del capitalismo". Come si può giustificare tale affermazione?
Dato che dell'epoca dei robot si tratta, mettiamoli al lavoro e leggiamo le varie giustificazioni.
Claude Opus 4.8 Max
L'affermazione non è un'osservazione empirica ma un corollario rigoroso della teoria del valore-lavoro, il quadro classico-marxiano dentro cui Milanović ragiona. La sua forza dipende interamente dall'accettazione di quella premessa, e conviene ricostruirla per gradi.
Il punto di partenza è che, in questa tradizione (ereditata da Ricardo e rielaborata da Marx), il valore di una merce non è una proprietà fisica né deriva dalla sua utilità, ma è determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessario incorporato per produrla. Il valore, in altre parole, è lavoro cristallizzato.
Da qui discende la distinzione decisiva, quella su cui poggia tutto il ragionamento: la differenza tra lavoro morto e lavoro vivo. Il capitale costante — macchine, materie prime, impianti — incorpora lavoro passato; nel processo produttivo trasferisce il proprio valore al prodotto ma non ne crea di nuovo (una macchina che vale X cede X di valore man mano che si logora, né più né meno). Il capitale variabile — il salario anticipato per acquistare la forza-lavoro — si chiama "variabile" proprio perché il lavoro vivo possiede la proprietà unica di creare più valore di quanto costi riprodurlo. Il plusvalore è esattamente questa eccedenza: lo scarto tra il valore che il lavoro vivo genera e il valore della forza-lavoro (il salario). Ed è l'unica fonte del profitto. Le macchine, per quanto sofisticate, conservano e trasferiscono valore già creato dal lavoro che le ha costruite, ma non ne aggiungono.
La catena deduttiva a questo punto è quasi automatica. In un settore integralmente automatizzato il lavoro vivo tende a zero, dunque il capitale variabile tende a zero; poiché il plusvalore proviene solo dal lavoro vivo, anche il plusvalore tende a zero; poiché il profitto deriva dal plusvalore, la massa dei profitti tende a zero; e poiché il capitalismo è definito dall'accumulazione di capitale attraverso l'estrazione di profitto, senza profitto non c'è accumulazione, e quindi non c'è più capitalismo. Un'economia interamente automatizzata produrrebbe beni dotati di valore d'uso — utili — ma con valore di scambio tendenzialmente nullo e, soprattutto, priva di eccedenza appropriabile. Sarebbe un sistema che genera abbondanza senza generare profitto, e perciò cessa di essere capitalista.
Vale la pena sottolineare che questa non è una critica esterna: è una tensione che Marx aveva già individuato dentro il capitalismo. Nel "frammento sulle macchine" dei Grundrisse, egli osserva che il capitale, nella sua spinta ad aumentare la produttività, tende a ridurre al minimo il tempo di lavoro necessario, ma continua a porre proprio quel tempo di lavoro come unica misura e fonte del valore. Il capitale è così, nelle sue parole, la "contraddizione in movimento", che preme verso l'eliminazione della fonte stessa del valore di cui vive. La caduta tendenziale del saggio del profitto (r = s / (c + v)) è un'altra espressione dello stesso meccanismo: al crescere dell'intensità di capitale, cioè del rapporto tra c e v, si assottiglia la base che produce plusvalore e il saggio tende a scendere. L'automazione integrale è semplicemente il caso limite in cui questa tendenza tocca lo zero.
Detto questo, è importante vedere anche il rovescio, perché la forza e la fragilità dell'argomento coincidono. Tutta la dimostrazione regge solo se si accetta la teoria del valore-lavoro, ed è precisamente il punto controverso. Nella teoria dominante — marginalista e neoclassica — il valore non deriva dal lavoro ma dall'utilità e dalla scarsità: il prezzo di un bene riflette la disponibilità marginale a pagare, non il lavoro incorporato. In quel quadro la conclusione salta: il proprietario del capitale automatizzato può continuare a fissare un prezzo superiore al costo di produzione e a incassare un rendimento, purché i beni restino scarsi rispetto alla domanda e la proprietà sulle macchine (o sulle risorse, sull'energia, sulla proprietà intellettuale) rimanga esclusiva. Ciò che in termini marxiani si chiamerebbe rendita — redistribuzione di plusvalore prodotto altrove — per un marginalista è un profitto del tutto ordinario. A questo si aggiungono obiezioni interne al dibattito: l'automazione totale dell'intera economia è un caso limite, e finché un solo settore impiega lavoro il plusvalore può essere prodotto e ridistribuito; e resta il problema distinto della realizzazione — se l'automazione distrugge occupazione e redditi, chi compra ciò che viene prodotto? — che è una questione di sottoconsumo, connessa ma diversa da quella del valore.
In sintesi, l'affermazione di Milanović si giustifica come deduzione coerente all'interno della teoria del valore-lavoro: niente lavoro vivo significa niente plusvalore, quindi niente profitto, quindi niente capitalismo. La sua validità sta o cade insieme alla premessa che il valore sia, in ultima istanza, lavoro accumulato.
DeepSeek Esperto
Branko Milanović si rifà qui alla teoria marxiana del valore-lavoro. Per giustificare la sua affermazione occorre ricostruire il ragionamento in tre passaggi.
1. Solo il lavoro vivo crea plusvalore
Nell’analisi di Marx, il valore di una merce è determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessario a produrla. Il capitale investito si divide in:
- capitale costante (macchinari, materie prime), che trasferisce solo il proprio valore al prodotto finito;
- capitale variabile (forza-lavoro), che invece produce un valore superiore al proprio costo di riproduzione. Questa eccedenza è il plusvalore
(plusvalore = valore creato dal lavoro – salario).
Il plusvalore è la fonte originaria del profitto capitalistico. Se il lavoro vivo tende a zero, anche il plusvalore tende a zero, indipendentemente dalla massa di beni fisici sfornati dalle macchine.
2. Automazione spinta e caduta tendenziale del saggio di profitto
Con l’automazione cresce il capitale costante (C) rispetto al capitale variabile (V), ossia aumenta la composizione organica del capitale. Il saggio di profitto può essere espresso come:
Se V si riduce drasticamente, il numeratore (plusvalore) si contrae, mentre il denominatore può restare elevato a causa degli enormi investimenti in macchinari. Nel caso limite di automazione completa
il plusvalore si annulla e con esso il profitto:
Nessun capitalista avrebbe incentivo a investire in un settore dove il rendimento è nullo.
3. Capitalismo e profitto: un legame inscindibile
Il capitalismo si regge sull’accumulazione, che presuppone un flusso continuo di plusvalore da reinvestire. Se l’intera economia diventasse un unico settore iper-automatizzato, verrebbe meno il meccanismo di estrazione del plusvalore. I prezzi potrebbero anche essere positivi (grazie a rendite, potere monopolistico, ecc.), ma senza creazione di nuovo valore si innescherebbe una crisi sistemica: crollo degli investimenti, disoccupazione di massa, deflazione da mancanza di potere d’acquisto.
Milanović conclude quindi che un capitalismo interamente automatizzato è una contraddizione in termini: l’automazione totale sopprime il fondamento stesso del modo di produzione capitalistico, cioè lo sfruttamento del lavoro vivo come fonte del profitto.
Gemini Pro Esteso
L'affermazione di Branko Milanović trova la sua giustificazione fondamentale all'interno della teoria del valore-lavoro, di derivazione classica e marxiana, e nell'analisi delle dinamiche intrinseche all'accumulazione capitalistica. La tesi si struttura su una precisa sequenza logica che lega la generazione del profitto all'impiego della forza-lavoro umana.
Ecco i passaggi analitici che giustificano tale conclusione:
1. La teoria del valore-lavoro e l'origine del plusvalore
Secondo l'analisi economica marxiana, sulla quale Milanović si basa per formulare questo paradosso, il valore di una merce è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrla. Il capitale investito in un processo produttivo si divide in due componenti:
- Capitale costante (lavoro morto): Macchinari, infrastrutture, tecnologie, materie prime. Questa componente trasferisce semplicemente il proprio valore intrinseco al prodotto finito durante il processo produttivo (usura, consumo), senza creare nuovo valore aggiunto.
- Capitale variabile (lavoro vivo): La forza-lavoro umana impiegata. Questa è considerata l'unica componente capace di generare un valore superiore al proprio costo di riproduzione (il salario). Questa differenza positiva costituisce il "plusvalore".
In questo quadro teorico, il profitto capitalistico è unicamente l'espressione aggregata del plusvalore estratto dal lavoro vivo.
2. L'aumento della composizione organica del capitale
Il sistema capitalistico è guidato dalla competizione, che obbliga le singole imprese a incrementare costantemente la produttività. Il metodo principale per ottenere questo risultato è la sostituzione del lavoro umano con tecnologie e macchinari (automazione).
Questo processo comporta un aumento continuo della "composizione organica del capitale", ovvero il rapporto tra capitale costante e capitale variabile. Mentre l'introduzione di macchinari genera un vantaggio competitivo a breve termine per la singola impresa, a livello di sistema economico generale riduce progressivamente la base stessa da cui viene estratto il plusvalore, ossia il lavoro umano. Questa dinamica è alla base della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto.
3. Il limite asintotico dell'automazione totale
Milanović porta questa tendenza al suo limite estremo: un'economia completamente automatizzata. In uno scenario di questo tipo, l'impiego di capitale variabile si riduce a zero. L'assenza di esseri umani nel processo di produzione determina precise conseguenze:
- Il lavoro vivo scompare dal processo produttivo.
- La generazione di plusvalore si azzera matematicamente.
- Senza plusvalore, il saggio di profitto strutturale dell'intero sistema tende a zero.
I macchinari e i software, per quanto avanzati, si limiterebbero a produrre beni trasferendo su di essi i propri costi di ammortamento e di energia, senza poter generare il "surplus" necessario per remunerare il capitale inizialmente investito dai proprietari.
4. L'incompatibilità strutturale
Il capitalismo, per definizione, è un modo di produzione che si fonda sull'accumulazione ininterrotta di capitale tramite l'estrazione e la realizzazione del profitto.
Un sistema in cui i beni vengono prodotti con l'apporto esclusivo di macchine presenta costi marginali prossimi allo zero. Se diventa strutturalmente impossibile estrarre profitto nel processo di produzione, il sistema cessa di possedere i requisiti fondamentali di un'economia di mercato capitalistica.
Inoltre, si genera un problema di realizzazione macroeconomica: un'economia senza lavoro vivo è un'economia in cui la maggioranza della popolazione non percepisce un salario. Senza salari, viene meno la domanda aggregata necessaria per acquistare le merci prodotte dai sistemi automatizzati, bloccando il ciclo di riproduzione del capitale.
In sintesi, la giustificazione dell'affermazione di Milanović risiede in un paradosso sistemico: il massimo grado di sviluppo tecnologico perseguito dal capitale (l'automazione perfetta e l'azzeramento dei costi del lavoro) finisce per eliminare le condizioni stesse che permettono l'esistenza del capitalismo, ovvero la valorizzazione del capitale tramite il lavoro salariato.
Considerazioni umane
Si nota la convergenza sulle considerazioni tecniche e della loro descrizione matematica, ma anche su una considerazione politica, vale a dire che una società senza compratori, conseguenza di una società senza lavoratori, è una società che non può produrre capitale.
Il paradosso
Tragedia moderna parte prima.
Le aziende rincorrono la tecnologia perché essa permette di abbattere i costi, l'abbattimento dei costi rende l'azienda più competitiva, la competitività genera capitale.
Tragedia moderna parte seconda.
Le aziende rincorrono la tecnologia. La tecnologia è capace di sostituire gli umani. La tecnologia genera costi minori rispetto all'umano. L'azienda sostituisce gli umani con la tecnologia. Il plusvalore sparisce, con esso scompare anche il capitale.
Una vera tragedia greca dove la figura dell'eroe coincide con il lavoratore, la sua caduta non si limita alla morte dell'eroe ma alla disfatta dell'intera società capitalistica.
All'interno della metafora greca, il capitale, deve necessariamente seguire Moira (destino), che porta alla sua estinzione.
Il paradosso è rappresentato dalla tecnica, che il capitalismo vede come la soluzione in termini di riduzione delle spese, che diventa strumento del suicidio capitalistico.
