Ontologia del lavoro e centralità della persona: l'emancipazione comunista come antitesi alla regressione schiavistica della modernità capitalista
L’evoluzione del pensiero politico e filosofico occidentale ha eletto la "persona" quale cardine irrinunciabile e misura di ogni ordinamento sociale. Tale centralità non rappresenta unicamente un lascito delle tradizioni umanistiche e cristiane, ma costituisce il nucleo vibrante della cultura italiana ed europea, in cui l’individuo è inteso come elemento fondante del tutto.
Tuttavia, nell'alveo di questa tradizione, emerge una distinzione fondamentale che caratterizza il contributo originale del comunismo italiano: la capacità di rendere centrale la collettività senza obliare la dimensione personale, ma anzi realizzandola attraverso di essa. In questo paradigma, la società non si configura come un aggregato atomistico di individui isolati, né come una massa informe che annulla il singolo, bensì come un organismo che si sviluppa e respira attraverso l'interazione costante delle persone.
Tale interazione trova la sua espressione suprema e la sua sintesi nel lavoro. Per il modello comunista, il lavoro trascende la mera dimensione dell'atto finalizzato alla produzione; esso si configura come un valore politico e culturale totalizzante. È politico perché funge da fucina delle idee e della coscienza di classe; è culturale perché rappresenta il processo attraverso il quale l'essere umano costruisce e definisce se stesso. In questa prospettiva, il lavoro chiude il cerchio dell'esistenza sociale, armonizzando la collettività e preservando l'integrità dell'individuo attraverso la coordinazione armoniosa tra corpo e mente.
La radice dell'uomo e la centralità della persona: tra Marxismo e Personalismo
La riflessione sulla centralità della persona richiede un'analisi del confronto tra l'umanesimo socialista e le altre correnti del pensiero occidentale. Una delle obiezioni più frequenti mosse al socialismo di Marx è l'accusa di ridurre l'uomo e la società a fattori puramente materiali, degradando i valori spirituali a semplici epifenomeni. Tuttavia, un esame approfondito rivela che la radice dell'uomo, per Marx, è l'uomo stesso. La prassi umana non è un'astrazione, ma l'origine della creazione dell'uomo quale essere consapevole. L'uomo si distingue dalle altre creature viventi proprio per la natura del suo lavoro, che differisce da quello animale per l'intenzionalità e la capacità di assoggettare le forze naturali nell'interesse dell'umanità. Mentre l'animale riproduce solo entro i limiti della propria specie, l'uomo è in grado di riprodurre l'insieme della natura, umanizzandola attraverso l'intelletto e la prassi.
Il personalismo occidentale, d'altro canto, ha spesso cercato di definire l'essenza dell'uomo attraverso categorie spirituali o trascendenti. Denis de Rougemont identificava nella confusione tra "individuo" e "persona" la causa della crisi dell'Occidente. Per Rougemont, l'individuo è un'entità astratta, egoista e priva di legami concreti, mentre la persona è l'essere reale, esistente nella decisione e nella responsabilità. Questa distinzione è cruciale: se l'individuo è il luogo della deresponsabilizzazione che fugge verso la massa, la persona è il luogo della vocazione creativa. Il personalismo cristiano, incarnato dal magistero di Giovanni Paolo II, aggiunge a questa visione la dimensione della trascendenza: l'uomo è soggetto del lavoro proprio perché è una persona, un soggetto consapevole e libero che realizza la propria vocazione umana attraverso l'attività lavorativa.
Il punto di incontro, ma anche di divergenza, tra queste visioni risiede nella concezione dell'alienazione. Per Marx, l'alienazione nasce quando il lavoro, da attività di auto-creazione, viene ridotto a merce sotto le condizioni della proprietà privata capitalistica. In questo stato, il prodotto del lavoro si contrappone al produttore come un essere estraneo, e l'uomo si estranea dalla sua stessa essenza umana. La dottrina sociale della Chiesa concorda sul fatto che il lavoro non possa essere considerato una semplice merce, ma insiste sul primato dell'uomo sul lavoro, sostenendo che l'uomo non viva di solo lavoro e che la sua finalità ecceda la dimensione produttiva.
La "Civiltà del Lavoro" nel pensiero comunista italiano: Gramsci e Togliatti
L'originalità del comunismo italiano risiede nella sua profonda compenetrazione con la realtà nazionale e nella teorizzazione della "civiltà del lavoro". Antonio Gramsci vedeva nei Consigli di operai e contadini non solo strumenti di lotta, ma i punti di partenza di una realizzazione comunista che superasse la distinzione tra ruolo sociale e ruolo politico. Per Gramsci, il lavoro aderisce al processo di produzione in modo tale da generare una nuova cultura: non esiste lavoro fisico, anche il più meccanico, che sia privo di un minimo di attività intellettuale creatrice. Questa osservazione demolisce l'idea taylorista del lavoratore come "gorilla ammestrato", riaffermando che nessun essere umano può essere privato della propria capacità di pensiero e innovazione.
Palmiro Togliatti, nel secondo dopoguerra, consolidò questa visione trasformando il Partito Comunista Italiano in un "partito nuovo" capace di dialogare con le masse e con gli intellettuali. La politica culturale di Togliatti non era mera propaganda, ma mirava a ricostruire "gli animi e la società" attraverso il lavoro culturale. Il lavoro, in questo contesto, diventava la prima sorgente del diritto e il fondamento della società democratica italiana. La stessa Costituzione della Repubblica Italiana, nell'affermare all'Articolo 1 che "l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro", recepisce questa spinta ideale, rendendo il lavoro il nesso tra l'individuo e lo Stato.
Il lavoro è dunque il valore che preserva l'individuo dall'atomismo egoistico dell'individualismo liberale e dalla massificazione cieca. Attraverso il coordinamento corpo-mente, il lavoro umano si eleva a atto politico: la costruzione di un'idea di società che nasce dalla cooperazione concreta nei luoghi della produzione. Questa visione è esclusiva delle forze comuniste; altre formazioni politiche, pur parlando di "diritto al lavoro", spesso lo riducono a una concessione del mercato o a un obbligo di sussistenza, ignorando la sua carica emancipativa e ontologica.
Il Capitalismo contemporaneo e la regressione schiavistica
Il panorama odierno del lavoro umano mostra segni inquietanti di regressione. Sotto la gestione delle forze politiche non comuniste, asservite alle logiche del capitale, il lavoro tende a richiamare forme di schiavitù che si credevano superate dalla storia. La globalizzazione e la localizzazione dei capitali in aree prive di protezioni legali e sindacali hanno creato un terreno di coltura per le nuove schiavitù. Non si tratta solo di sfruttamento economico, ma di un controllo assoluto e coercitivo sulla mano d'opera, dove la riduzione dell'essere umano a oggetto di diritti altrui riemerge in forme post-moderne.
Marx, nei Grundrisse, descriveva il lavoro sotto il capitale come "povertà assoluta", in quanto separazione della classe sociale da ogni possibile rapporto di proprietà con il mondo-ambiente. Oggi, questa separazione è esasperata dalla digitalizzazione e dalla smaterializzazione del lavoro, che riducono la forza-lavoro a pura esistenza soggettiva priva di controllo sui propri strumenti e sul proprio tempo. Il capitalismo contemporaneo opera una "retrocessione del genere umano" riportandolo a condizioni di dipendenza strutturale: si pensi al lavoratore migrante la cui legalità di soggiorno è condizionata al contratto di lavoro, o alla parcellizzazione estrema del lavoro fordista-taylorista che annulla la soggettività del lavoratore.
La responsabilità delle forze politiche che "scodinzolano" dietro al capitale è immensa. Esse hanno permesso la cancellazione dei diritti, l'eliminazione delle norme di sicurezza e l'intensificazione dei ritmi lavorativi, rendendo invisibile lo sfruttamento attraverso la normale applicazione delle leggi di mercato. In questo contesto, il lavoro perde la sua coordinazione corpo-mente per diventare mera procedura automatizzata, portando alla perdita di ogni carattere individualizzato e personalizzato dell'agire.
L'idea comunista come "pericolo" e la repressione in Europa
Per le elite che gestiscono il capitale, l'idea comunista è oggi più pericolosa che mai. Essa rappresenta l'unica vera antitesi al modello di società securitaria e mercificata che si sta imponendo. La pericolosità risiede nella sua capacità di svelare la verità del declino umano e di proporre l'emancipazione dei popoli come obiettivo politico concreto. Questa consapevolezza spiega il tentativo sistematico, a livello europeo, di rendere illegali le formazioni comuniste e di equipararle ideologicamente ai regimi totalitari del passato.
La Risoluzione del Parlamento Europeo del 19 settembre 2019 ha segnato un punto di svolta, mettendo sullo stesso piano nazismo e stalinismo, e criticando la permanenza negli spazi pubblici di monumenti ed emblemi che esaltano regimi totalitari. Tuttavia, questa risoluzione è stata aspramente criticata per la sua approssimazione storica e per il tentativo di operare una limitazione radicale della manifestazione del pensiero politico. In Italia, molti giuristi hanno sottolineato che una messa al bando dei partiti comunisti sarebbe radicalmente incostituzionale, poiché la Costituzione italiana nasce proprio da un patto tra forze antifasciste che includeva i comunisti come elementi fondanti.
La repressione non si ferma al piano simbolico. Nel 2024 e 2025, si sono registrati nuovi tentativi di limitare la libertà d'azione delle organizzazioni comuniste in diversi Paesi europei. In Slovenia, una risoluzione del luglio 2025 ha sollecitato la condanna di tutti i regimi totalitari e dei loro simboli, alimentando una narrazione revisionista che mira a cancellare il contributo dei movimenti di liberazione alla costruzione della democrazia europea. La Sinistra Europea ha denunciato questo "revisionismo pericoloso", sostenendo che esso privi le nuove generazioni di una comprensione veritiera della storia e rafforzi il controllo ideologico delle elite capitaliste.
La manipolazione della realtà e la fabbrica della paura
Le classi dominanti hanno messo in atto un'azione ideologica senza precedenti, utilizzando una "fabbrica della paura" per passivizzare i corpi e colonizzare l'immaginario. La frammentazione del movimento operaio e la drastica riduzione degli spazi democratici servono a impedire che le persone "desiderino pensare" e vedano la verità dello sfruttamento contemporaneo. La repressione non è solo dura (leggi di divieto), ma anche insidiosa: censura sui social media, gogna mediatica contro le opinioni controcorrente e criminalizzazione del conflitto sociale.
Questa tendenza allo stato di sorveglianza e la riduzione della democrazia a finzione sono aspetti intrecciati di una strategia volta a marginalizzare chiunque sfidi l'ordine capitalista. L'astensionismo crescente nelle classi popolari non è un segno di disinteresse, ma una forma di reazione di strati sociali che non si sentono più rappresentati da forze politiche che hanno rinunciato a difendere il lavoro come valore di emancipazione. In questo scenario, l'idea comunista riacquista la sua centralità proprio perché propone una "coalizione popolare" contro la deriva distruttiva del capitalismo e la barbarie della guerra.
Il valore dell'interazione umana e il futuro dell'emancipazione
Il modello comunista sostiene che la società si sviluppi attraverso l'interazione delle persone, e che tale interazione debba essere mediata da un lavoro dignitoso e creativo. Solo attraverso il superamento del lavoro determinato da necessità eteronome, l'uomo può raggiungere la vera libertà comunista. Questa libertà non è l'uscita dalla produzione, ma il controllo consapevole del processo produttivo per fini sociali ed ecologici.
La IV Rivoluzione Industriale offre oggi possibilità inedite di valorizzare la soggettività del lavoratore, ma rischia di tradursi in nuove forme di alienazione se gestita unicamente secondo logiche economiciste. La sfida politica del presente è quella di democratizzare il lavoro e di riorientarlo in vista di fini umani, invertendo le tendenze di crisi delle nostre democrazie. Le persone che ancora credono nel valore della persona e della collettività non possono che guardare all'idea comunista come a una risorsa vitale per la rinascita di una prospettiva umana concreta nella società contemporanea.
Analisi delle Risoluzioni Europee e Impatto sulla Legalità (2019-2025)
La tensione tra la memoria storica e la legalità dei partiti politici è sintetizzata nella tabella seguente, che illustra il percorso di criminalizzazione delle ideologie di sinistra radicale nell'Unione Europea.
| Atto / Evento | Anno | Contenuto e Implicazioni | Reazione e Criticità |
|---|---|---|---|
| Risoluzione Memoria Europea | 2019 | Equiparazione nazismo-comunismo; spinta al bando dei simboli | Accuse di revisionismo e incostituzionalità in Italia |
| Messa al bando partiti in Ucraina | 2024 | Sospensione di 12 partiti di opposizione, incluso quello comunista | Proteste di Amnesty International e critiche alla democrazia occidentale |
| Risoluzione Slovenia | 2025 | Condanna crimini post-bellici; appello contro i simboli comunisti | Voto diviso (357 a 266); denuncia di uso politico della storia |
| Ritiro trattati Paesi Baltici | 2025 | Risposta alla minaccia russa con divieto di ideologie associate all'URSS | Criminalizzazione del totalitarismo che colpisce i diritti dei lavoratori |
| Proposta di legge Cirielli (Italia) | 2025 | Modifica XII Disposizione per vietare partiti comunisti | Contrasto con gli Articoli 21 e 49 della Costituzione |
Il lavoro come baluardo della dignità umana
La centralità della persona nella cultura occidentale non può essere preservata se non attraverso la difesa del valore politico e culturale del lavoro umano. Le forze politiche comuniste rimangono le uniche a proteggere l'idea del lavoro come coordinazione armoniosa tra corpo e mente, rifiutando la sua trasformazione in una nuova forma di schiavitù sotto il giogo del capitale. Il tentativo europeo di rendere illegale questa idea non è che la prova della sua forza e della persistente paura che le elite nutrono nei confronti dell'emancipazione dei popoli.
La verità che le persone desiderano vedere è che il capitalismo ha fallito nel garantire la dignità umana, portando a una retrocessione sociale e morale. L'armonia della collettività e la preservazione dell'individuo dipendono oggi dalla capacità di riappropriarsi del lavoro come atto creativo e di resistenza contro la manipolazione delle coscienze. L'idea comunista, lungi dall'essere anacronistica, si pone come la forma necessaria per rispondere ai problemi dell'umanità e per costruire una società inclusiva, libera ed eguale, dove il lavoro sia per l'uomo e non l'uomo per il lavoro.
