L’autoritarismo dell’asterisco

Trascrizione del mio podcast dal titolo: “L’autoritarismo dell’asterisco”

Schwa, asterisco, linguaggio inclusivo. Slogan conformisti che risultano nella perdita della realtà. Questo podcast si propone di dimostrare, attraverso il metodo scientifico, che lo schwa rappresenta una deriva razzista. La tesi verrà presentata attraverso una serie di corollari di sostegno. Fino ad arrivare alla definizione della teoria e i risultati di prove sperimentali a sostegno della teoria.
Iniziamo a chiarire che il genere grammaticale è una convenzione e va trattato come tale. A questo proposito faremo una escursione nelle grammatiche di varie lingue e nella etimologia del genere.
Ascoltiamo insieme una breve esposizione sul concetto di convenzione.

Il concetto di “convenzione” in riferimento all’uso convenzionale di un termine nella lingua italiana si basa principalmente sulla arbitrarietà che è una proprietà fondamentale del linguaggio naturale.
Le fonti definiscono la convenzione, o arbitrarietà come segue:
Assenza di Legame Logico: La convenzione è l’aspetto per cui l’assegnazione di categorie grammaticali, come il genere, è in gran parte arbitraria e non ha un legame logico o biologico con l’oggetto o il concetto che si vuole indicare.
Relazione Non Motivata: L’arbitrarietà è la proprietà per la quale non esiste alcuna relazione logica o naturale tra il significante, vale a dire la forma fonica di una parola, e il significato, vale a dire il concetto espresso. Ogni lingua stabilisce questa relazione in modo arbitrario.
Sistema di Classificazione Grammaticale: Il genere grammaticale è in larga parte una convenzione, in quanto si tratta di un sistema di classificazione dei sostantivi. L’assegnazione del genere alla maggior parte dei vocaboli è una convenzione arbitraria.
Esempi Specifici: In italiano, il fatto che “il sole” sia maschile e “la luna” sia femminile è convenzionale e legato alla storia della lingua. Anche l’uso del maschile come genere non marcato, è una convenzione grammaticale derivante dalla storia della nostra famiglia linguistica.
In sintesi, la convenzione linguistica implica che la classificazione e la denominazione delle unità linguistiche, sostantivi, generi, eccetera, sono sistemi formali stabiliti storicamente e socialmente, non un riflesso intrinseco o necessario della realtà. Questo carattere costitutivo, definito come arbitrarietà costituiva della lingua, distingue l’uso convenzionale dalla volontà individuale.

Fino a non molto tempo fa, all’arrivo di un neonato si soleva appendere al portone di casa un nastro azzurro se il neonato era maschio, di colore rosa se femmina. Una convenzione. Nulla vietava di porre un nastro di altro colore senza l’indicazione del sesso. La convenzione veniva mantenuta perché era percepita come tradizione. Nulla ha vietato la sparizione del nastro, in molte città ed altri luoghi non si usa più. Qualcosa si è rotto? Qualcosa si è modificato in modo tale da generare traumi? Assolutamente no, perché di convenzione si tratta, le modifiche alle convenzioni non creano danni alla struttura alla quale si riferiscono, semplicemente perché non fanno parte della struttura, ma sono etichette esterne alla struttura.
L’azione intelligente e colta, è diretta alla modifica od alla eliminazione della convenzione, la struttura portante non viene toccata. Nel caso dello schwa invece di eliminare o modificare la convenzione si intacca la struttura della lingua.
Capiremo, nel corso di questa esposizione, che realizzare ciò che si propone lo schwa è impossibile. Mentre invece eliminare l’etichetta di genere dalla convenzione, chiamarlo A e B, rosso e giallo, pinco e pallo invece di genere maschile e genere femminile, sarebbe perfettamente realizzabile, modificherebbe la convenzione, ma non la grammatica.
Ascoltiamo insieme alcune considerazioni sulla lingua.

Una lingua umana è un potente dispositivo simbolico, un sistema complesso e adattivo che trae fondamento da una singolare combinazione di regole e scelte. Essa è l’espressione di una comunità che la usa per rispondere ai bisogni comunicativi e permettere l’interazione tra i parlanti.

La lingua parlata è considerata la lingua vera o primaria perché il parlato è la prima dimensione linguistica che riguarda gli individui. L’analisi del funzionamento di una lingua deve iniziare dalla sua dimensione orale. Le innovazioni linguistiche e i mutamenti strutturali non provengono da pianificazioni dello scritto, ma risalgono dal basso, cioè dal parlato spontaneo.
La grammatica nasce dall’osservazione, non da regole arbitrarie dettate a tavolino.

La grammatica è limitata da un vincolo biologico del cervello umano. Gli esperimenti di Andrea Moro, a sostegno delle tesi di Noam Chomsky, hanno dimostrato che il cervello umano respinge attivamente le strutture grammaticali impossibili, anche quando vengono insegnate esplicitamente. Questo prova che la grammatica non è un costrutto culturale che può essere semplicemente deciso a tavolino.

La linguistica moderna è la scienza che studia la lingua in modo scientificamente fondato. A differenza della grammatica tradizionale, che si limita a descrivere norme, la linguistica si sforza di penetrare le ragioni per cui la lingua funziona in un dato modo, offrendo gli strumenti per una conoscenza approfondita e non dogmatica della grammatica.

Possiamo dunque distinguere fra la lingua prescrittiva e quella parlata, attraverso gli esempi, nella storia recente, dell’imposizione di vocaboli nella lingua parlata e scritta. Notare, dalle considerazioni fin qui esposte, che imporre vocaboli è un esercizio molto meno difficile rispetto all’imposizione di strutture linguistiche. Eppure la storia ci insegna che nemmeno l’imposizione dei vocaboli riesce se i parlanti non l’accettano. Si può facilmente concludere che i tentativi di imposizione hanno come base comune una profonda ignoranza di come funziona la lingua. Uno dei casi più eclatanti in Italia è quello di “autorimessa”, vocabolo che il fascismo voleva imporre al posto del francesismo “garage”. Sappiamo come è andata a finire. Certo è, che non finisce qui. La Francia, ad un certo punto della storia contemporanea, erge una metaforica linea “Maginot” contro la penetrazione di vocaboli provenienti dalla lingua inglese. Il caso del vocabolo “Couriel” al posto di “email”. Ebbene solo gli impiegati statali lo usano perché sono obbligati per legge. I civili usano email oppure semplicemente mail.
In Turchia si registra la lotta per sostituire la parola “şehir” con il vocabolo “kent”. Tutte e due significano città, ma la prima è di origine persiana. Basta aprire una mappa geografica della Turchia per vedere chi ha ha vinto. L’altro temine è “saat” che significa ora, nel senso di tempo di sessanta minuti, di origine araba. Non ci fu nulla da fare, il popolo non aveva alcuna intenzione di abbandonare “saat”.

Discorrere sulle varie lingue del mondo è una grande occasione per notare le differenze, una di esse, fondamentale in questa esposizione, è l’assenza del genere grammaticale in parecchie lingue. A parte l’inglese, è risaputo che non esiste genere grammaticale in inglese, giusto? Nella lingua inglese il problema casomai può trovarsi nei pronomi. She, he, her, his, eccetera. In turco, oltre all’assenza del genere, non esiste neanche il problema dei pronomi, “o” significa egli, ella, lui, lei, esso.
La lingua indonesiana è ancora più radicale, non c’è differenza neanche fra fratello e sorella:
“Kakak saya laki-laki” vuol dire “Mio fratello maggiore è un uomo”. Si traduce “fratello” perché dopo “kakak” c’è il temine “uomo”.
Se il concetto “schwa” fosse logico, allora in paesi come la Turchia e l’Indonesia problemi di genere e inclusione non dovrebbero essere tali.
Sebbene in Turchia non sia un reato, la vita di omo o trans è molto pericolosa.
In alcune zone dell’Indonesia, le leggi non sono omogenee in tutto il territorio nazionale, l’omosessualità è un reato penale, la transessualità non è riconosciuta come fenomeno differente dall’omosessualità.
Sono solo due fra moltissimi altri casi, dovrebbero essere sufficienti per desistere dall’idea “schwa”, ma è un fatto risaputo che la percezione superi di gran lunga l’ignoranza, dunque occorre scavare ancora di più fra le tesi contrarie all’idea “schwa”, non per convincere, bensì per trovare ragioni in favore di una opposizione attiva.

Entriamo a fondo nella tematica esposta da Cristiana de Santis che insegna Linguistica dell’italiano e Didattica dell’Italiano all’Università di Bologna. La dottoressa de Santis cattura la natura dialettica della libertà linguistica, un concetto che richiede una costante mediazione tra il desiderio del singolo di autodeterminazione ed espressione libera e la necessità della collettività di mantenere un sistema funzionale e condiviso. Ascoltiamo insieme l’estratto del suo contributo pubblicato nel sito Internet dell’istituto Treccani. Si invita chi ascolta all’approfondimento nel sito della Treccani alla voce “schwa”, scritto esse ci acca vudoppio a, perché di scritto molto lungo si tratta, in questa esposizione si è dovuto rinunciare a molto al fine di evitare la fuga di chi ascolta.

In un recente articolo uscito sul Portale Treccani ho messo in discussione i presupposti del cosiddetto “italiano inclusivo”, rifacendomi al concetto di “grammatica ragionata” e “ragionevole”, che merita un approfondimento.

Quando si parla di “emancipazione grammaticale”, ci si rifà a questa tradizione nella consapevolezza che una conoscenza approfondita e non dogmatica della grammatica della nostra lingua possa favorire pratiche di emancipazione intellettuale in grado di guidare a un uso della lingua non eversivo, ma consapevole e responsabile.

Per avventurarsi su questa strada non basta una conoscenza della grammatica di tipo “scolastico”: che si limiti cioè a mettere in relazione una serie di fenomeni con una lista di etichette, pretendendo di catalogare in modo univoco le diverse forme, come se a ciascuna di esse corrispondesse sempre un’unica funzione. Occorre una conoscenza scientifica della grammatica, basata sulla linguistica moderna, che ci consenta di liberarci di molti stereotipi grammaticali tramandati dalla scuola e di affrontare in modo non superficiale problemi complessi, che intrecciano più livelli della descrizione linguistica (fonologia, morfologia, sintassi, testualità) come accade per il genere grammaticale, del quale qui si discute.

Ho già insistito sull’importanza, per ogni insegnante, di aggiornare le proprie conoscenze intorno al concetto di “genere”: sia per distinguere il genere, inteso come categoria socio-culturale, dal sesso biologico, sia per evitare la sovrapposizione automatica tra il genere in un’accezione extralinguistica e il genere grammaticale.

Per non cadere in aporie e nelle semplificazioni tipiche del populismo linguistico, dobbiamo imparare, e insegnare, a muoverci nella grammatica dell’italiano con strumenti adeguati allo studio di una lingua moderna e viva, utilizzando spiegazioni scientificamente fondate dei fenomeni osservabili.

Flessione e formazione delle parole, come pure il fenomeno sintattico dell’accordo, fanno parte di quel territorio delle regole “regolanti” della nostra lingua che dobbiamo conoscere e rispettare se vogliamo che i nostri discorsi vengano accolti e compresi. Non possiamo scegliere i suoni con cui comporre le parole della nostra lingua e tantomeno decidere dall’oggi al domani di cambiarli.

Ancor prima, non dobbiamo dimenticare che il parlato è la prima dimensione linguistica che ci riguardi, quella da cui si dovrebbe partire nella descrizione del funzionamento di una lingua. Da questo punto di vista, rendere indistinta la vocale finale vorrebbe dire rendere irriconoscibili le parole che pronunciamo in un contesto comunicativo, come il parlato, che è meno pianificato dello scritto e che non permette di tornare indietro in caso di errore o di incomprensione.

Un uso responsabile della lingua dovrebbe far parte anche il rispetto della dimensione “altra” della lingua, che non è un corpo individuale sul quale possiamo agire in base al nostro desiderio, ma un dispositivo simbolico che ci impone di passare le nostre scelte al vaglio della norma condivisa dall’intera comunità di parlanti.

La nostra lingua è viva e in movimento, è vero, e come tale non è immutabile. È anzi aperta a innovazioni che, con un ritmo accelerato nell’ultimo mezzo secolo di storia linguistica, hanno determinato cambiamenti non sconvolgenti, ma significativi. Si tratta di innovazioni che vengono più spesso dal parlato spontaneo che dallo scritto, e che tendono a risalire dal basso più che a calare dall’alto, come accade per quegli anglismi che sembrano rispondere più alla moda della lingua feticcio che a un vero bisogno linguistico.

Occorre una conoscenza più approfondita e meditata dei fatti linguistici, aperta al dubbio dove questo abbia ragione di essere nutrito, che ci metta in grado di riconoscere l’arbitrarietà costituiva della lingua, cioè il carattere astratto e non motivato delle unità linguistiche e l’indipendenza della grammatica dalla realtà, che è cosa diversa dall’arbitrio individuale, cioè dalla volontà del singolo di imporsi senza riferimento a scapito di norme esteriori.

A questo punto abbiamo abbastanza elementi per poter procedere alla conclusione, prima però ascoltiamo il profilo storico di due grandi studiosi della linguistica, essi hanno lasciato un segno profondo negli studi linguistici. Il primo nella grammatica generativa, il secondo nella neurolinguistica.

Noam Chomsky, nato a Filadelfia nel 1928, è uno dei linguisti più influenti del XX secolo. Negli anni 50 rivoluzionò lo studio del linguaggio con la teoria della grammatica generativa, sostenendo che la capacità linguistica umana è innata e governata da principi universali. La sua tesi aprì nuove prospettive nelle scienze cognitive.

La sua teoria della grammatica universale postula l’esistenza di strutture linguistiche innate nel cervello umano, spiegando come i bambini acquisiscano rapidamente il linguaggio nonostante l’esposizione limitata. Questo approccio trasformò la linguistica da disciplina descrittiva a scienza teorica, influenzando psicologia, informatica e neuroscienze.

Professore emerito al Massachusetts Institute of Technology, Chomsky ha pubblicato oltre cento opere scientifiche. I suoi contributi includono la gerarchia di Chomsky nella teoria dei linguaggi formali, fondamentale per l’informatica teorica, e il concetto di competenza linguistica distinta dalla performance.

Parallelamente alla carriera scientifica, Chomsky è stato prominente intellettuale pubblico e critico della politica estera americana, dimostrando come rigore scientifico e impegno civile possano coesistere in una figura accademica di primo piano.

Andrea Carlo Moro, nato il 24 luglio 1962 è un linguista, neuroscienziato e scrittore italiano. Attualmente ricopre la cattedra di professore ordinario di linguistica generale presso lo Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Nel 2025 è stato nominato socio corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei.

Dopo aver conseguito la laurea all’Università di Pavia e il dottorato a Padova, ha svolto ricerca al Massachusetts Institute of Technology e Harvard. I suoi principali ambiti di ricerca sono la sintassi teorica e la neurolinguistica.

Ha sviluppato il concetto di lingue impossibili, dimostrando che il cervello ignora la struttura lineare del linguaggio e computa la grammatica su strutture gerarchiche ricorsive. Attraverso esperimenti con lingue artificiali basate sull’ordine lineare, ha mostrato che il cervello inibisce progressivamente le reti normalmente riservate al linguaggio.

È membro dell’Accademia Europea e dell’Accademia Pontificia. Ha pubblicato numerosi saggi scientifici e libri tradotti in varie lingue, collaborando anche con Noam Chomsky.

Le considerazioni contrarie allo schwa, formulate sulla base del riferimento a Chomsky e ai principi di autogenerazione linguistica e di uguaglianza qualitativa tra le lingue, vertono sull’idea che il tentativo di modificare la struttura grammaticale a tavolino sia non solo inefficace e anti-scientifico, ma anche ideologicamente pericoloso.

La prospettiva linguistica moderna, rafforzata dalle tesi di Noam Chomsky, stabilisce che la capacità linguistica negli esseri umani è innata e strutturata secondo principi astratti, l’Ipotesi della Grammatica Universale.

Il cervello umano possiede dei vincoli biologici su ciò che può essere una grammatica umana, il che implica che non è possibile imparare qualsiasi sistema di regole.

Gli esperimenti condotti da Andrea Moro sulle lingue impossibili dimostrano che il cervello umano respinge attivamente strutture grammaticali che víolano i principi universali. L’attività cerebrale cambia drasticamente quando si tenta di elaborare strutture che vanno oltre i limiti biologici del linguaggio.

Questi risultati sostengono l’idea che la grammatica è un sistema biologicamente determinato, e non un mero costrutto culturale arbitrario che può essere deciso a tavolino. Il tentativo di inventare lingue artificiali migliori di quelle naturali non ha successo grazie al robusto ancoraggio della grammatica al cervello umano.

Questi dati scientifici vanno contro la premessa che un cambiamento strutturale possa avvenire per decisione consapevole: la modifica linguistica è, per sua natura, un processo lungo e prevalentemente inconscio determinato dalle scelte collettive dei parlanti, non da un’autorità centrale o da una minoranza ideologica.

La premessa secondo cui non esistono lingue migliori di altre è un fondamento della linguistica moderna.

Non esiste alcun lavoro che dimostri che ciò che può essere espresso in una lingua non sia esprimibile in un’altra.
Tutte le lingue del mondo contengono le istruzioni per pensare sostanzialmente in modi simili, anche in ambiti astratti come la logica.

Le impressioni soggettive sulla musicalità o la nobiltà di una lingua non sono misurabili e non possono essere considerate fattori nelle valutazioni scientifiche.

L’idea che esistano lingue migliori di altre è considerata una tesi completamente falsa.

Affermare l’esistenza di lingue qualitativamente superiori e, allo stesso tempo, sostenere che la lingua che parliamo determini il nostro modo di percepire la realtà, Ipotesi Sapir-Whorf, produce una aberrazione.

Ciò potrebbe diventare il fondamento di un razzismo cognitivo su base linguistica, che consentirebbe di mettere i gruppi di individui in una graduatoria di merito rispetto alla loro capacità di percepire la realtà e di pensare, in base alla lingua che parlano.

Se si accettasse questa premessa, si potrebbero immaginare piani di correzione, come l’idea di far sparire le lingue meno evolute affinché le generazioni future non incontrino individui inferiori. Questo delirio, in passato, fu la base propulsiva dell’eugenetica, basato sul legame tra lingua e razza.

Per questi motivi, chi sostiene che esistano lingue migliori di altre e che le lingue condizionino il modo di vedere la realtà si assume la responsabilità di aprire uno spazio fertile a chi intende discriminare le persone secondo la loro capacità di percepire la realtà e di ragionare.

Il tentativo di introdurre lo schwa come desinenza per un terzo genere o non-genere rientra nell’ambito dell’ ingegneria linguistica, e viene contestato.

Schwa significa modificare in profondità le regole morfologiche di una lingua come l’italiano, che affida la marcatura di genere a strategie stratificate. Non si tratta di intervenire su una mera convenzione grafica, ma di alterare la struttura portante della lingua.

Lo schwa è una vocale assente nell’inventario fonologico dell’italiano. Non si è mai verificato un mutamento fonologico con l’inserimento ex abrupto di un suono mai comparso prima nella lingua.

Le proposte che agiscono sul genere delle parole in modo semplicistico con espedienti grafici o fonetici obbediscono a regole arbitrarie, decise a tavolino, e non coerenti con le regole della lingua italiana.

Il tentativo di imporre lo schwa, non è coerente con il modo in cui le lingue naturali evolvono, un processo determinato da scelte inconsce e collettive dei parlanti. Ridurre il genere grammaticale a un mero problema ortografico risolvibile con un simbolo non alfabetico o fonetico non considera la complessità della descrizione linguistica.

In sintesi, l’obiezione radicale contro lo schwa è che esso si basa su teorie linguistiche indimostrabili e viola il principio di Chomsky che vede la grammatica come biologicamente vincolata, aprendo al contempo la strada a una pericolosa giustificazione di superiorità linguistica, definibile come razzista.

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One thought on “L’autoritarismo dell’asterisco

  1. Caro Oreste,
    mi hai aperto un mondo, per quanto per me, amncora sconosciuto.
    Grazie e un forte abbraccio

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